…
nel 2004 esce la seconda raccolta
di poesie, con il titolo “Balla con le stelle”.
Ed è
proprio una danza felice e spontanea quella che intraprende la poetessa con le
sue composizioni, per la liricità e la leggerezza di cui sono infuse.
Immediatamente
il lettore viene colpito dalle caratteristiche di purezza, limpidezza e gioia
di vivere che traspaiono nelle liriche, e dal forte sentimento religioso.
Pur
essendo presenti episodi di tristezza, la sicurezza nella fede e nel genere
umano riportano la poetessa alla soavità dei sentimenti, infondendole la forza
di superare gli ostacoli comuni al vivere.
Ella
esprime che, anche se coscienti dei mali del mondo, possiamo farcela, che
Cristo opera più che mai la nostra redenzione, e che la preghiera ci può
sostenere nei momenti difficili.
Frequenti
riflessioni esistenziali sono presenti, ma non rattristano chi ha indiscussa
fede in Dio e che, per questo, può ancora avere una visione ottimistica e
positiva della vita, con coscienza sicura degli ostacoli che ci pone
l’esistenza, ma alleggeriti dalla speranza.
Reminiscenze
pascoliane sono frequenti nei versi della Merenda, dove la poetessa ci riporta alla
fanciullezza con eco di filastrocche e ricordi del mondo fiabesco
dell’infanzia, il rumore pauroso del tuono e le grida festose dei bimbi, i
giochi di luce e di ombra, l’ansia del buio, l’anelare al giorno e alla vita,
in un’angoscia innocente e attonita che però una preghiera può alleviare:
A sera
E’ sera …
mio Signore,
ed il cuore si stringe malinconico:
nostalgia della luce,
ansia della notte.
I suoni cambiano
strani e quasi sconosciuti
nel silenzio che si appressa,
mentre le ombre riflettono
il declino di un altro dì.4
L’animo si china e si fa immenso
nel mistero delle origini
il senso del vivere,
la certezza che i giorni
non sono infiniti.
Si risveglia allora il bimbo che è in noi.
Nel buio, la paura
e niente, nemmeno la mamma,
lo può rassicurare,
perché non è più accanto
ma, più ancora,
poiché egli ha scoperto che anch’ella,
se pur sembrava
allora sicura,
celava la stessa paura del buio,
sì bene tra le pieghe del sorriso.
Ella ha saputo tacere
e rassicurare,
ma questo bimbo
sembra
non saperlo fare.
Non ricorda più la luce ora che è buio,
eppure dovrà farlo col bimbo
che l’aspetta a casa la sera,
il figlio che egli ha messo al mondo
quando ancora non sapeva la paura.
Saprà egli, ora più grande,
recitare il coraggio,
la speranza,
la certezza,
la fede nei giorni a venire?
Ora non sa questo bimbo
perché è buio,
ma forse domani,
la luce, la forza del giorno che nasce …
chissà...!
Nemmeno
un genitore ha la capacità di rasserenare il figlio dall’incubo dell’ignoto,
quella grande oscurità della notte millenaria che ha preceduto la nascita e
continua nell’incapacità di saper spiegare completamente la vita.
L’antico
bambino, divenuto genitore moderno, deve ora trovare in sé la forza di spiegare
a suo figlio questi misteri; è un adulto che non si è reso conto di cosa voglia
significare mettere al mondo un figlio, e che ora scopre che tocca a lui
rassicurare la propria progenie. Allora ecco l’invocazione a Dio, a Cristo,
luce e vita del mondo e, di conseguenza, arriva la speranza nell’alba del
giorno seguente, senza un punto fermo finale, ma con una fiduciosa
continuazione segnata dai puntini di sospensione.
Marje
Dolores Merenda ha fiducia nella forza dell’amore di Cristo per tutto il genere
umano, che non esclude nessuno dal nutrimento spirituale e temporale dell’Eucarestia,
simbolo di un amore che tutti, nessuno escluso, possono esercitare, esatto
contrario del male imperante nel mondo. Cristo è esempio primo e massimo di
tale sentimento, e invita la gratitudine della poetessa che offre “Un cesto di
doni”, poesia particolarmente significativa, delicata, sincera:
Un cesto di doni
In un giorno di grande malinconia
non era giusto
darTi ancora lacrime.
Volevo offrirTi invece,
Signore,
le cose più belle.
Tu conosci il sapore amaro
della sofferenza e del tradimento,
la solitudine dell’orto
ed il sudore del sangue,
il peso della Croce
sulle spalle martoriate
ed il freddo del sepolcro.
Tu sei il Consolatore
ma anche Tu, credo,
hai bisogno di sapere
che non sei morto invano.
Perciò, ora,voglio
deporre ai tuoi piedi
un cesto colmo di doni.
Sceglierò il canto dell’usignolo,
il profumo delle viole
e la rugiada del mattino
per le tue piaghe sempre aperte,
l’umiltà delle pratoline
e la purezza dei ghiacciai,
la pazienza delle mamme
ed il vagito del bimbo
che nasce,
il calore del sole,
il silenzio dei monti
e la voce del mare.
Tu sorridi paziente,
o Signore,
perché non Ti do nulla di mio:
io riempio il cesto di ciò
che Tu mi hai già donato.
Ecco, ho trovato ancora
tre cose belle:
il coraggio degli onesti,
la speranza degli ultimi,
i sogni dei semplici.
“Tu conosci il sapore amaro/della
sofferenza e del tradimento,/il peso della Croce/sulle spalle martoriate/ed il
freddo del sepolcro”.
Ella
si rivolge a Cristo con toni intimi, la forma affettuosa del “tu”, la
riconoscenza per il suo immenso sacrificio nel Getsemani e sul Golgota, a cui
noi, esseri umani, possiamo rispondere solo con la nostra fede, con il coraggio
e il ritorno all’innocenza dell’infanzia.
Questa
è quindi una presa di posizione precisa di fronte al futuro, perché per la
Merenda vita terrena e spirituale devono essere
esaltate di pari passo, in quanto entrambe intrinseca parte di noi stessi. Per
la poetessa la vita acquista valore e significato solo se ci si impegna
onestamente e moralmente, con senso di responsabilità. La forza che deriva da
tale comportamento aiuterà a sopportare, perfino ad accettare cristianamente,
gioie e dolori.
Stilisticamente
il simbolismo della poetessa riporta ad immagini semplici ma significative:
l’aquila, uno stormo di corvi, una valigia, le ali.
Sono
immagini che ricordano forza e regalità, la turba di chi rimane bloccato nel
proprio egoismo, la provvisorietà di questa vita vista come un viaggio, la
leggerezza di un’anima serena.
Immagini
di animali, del fuoco e della terra ricordano poi la poesia del poverello di
Assisi, nell’identità con San Francesco in un canto sincero ed istintivo,
gioioso per la luce e la gioia che porta l’immersione nel creato intero: “La
levità del corpo e dello spirito portano su un volo pindarico di ottimismo e di
speranza che, attraverso un rinnovamento spirituale ed emotivo, vincono la
paura della morte” (Noble 16):
Vorrei le ali del falco
Vorrei le ali del falco
per resistere
al vento e alla pioggia
volando alto nel cielo,
gli occhi dell’aquila
per non perdermi nulla
delle meraviglie che
Tu hai creato, mio Dio,
le ali di una farfalla
per sfiorare appena i petali
quando assaporo il profumo
dei fiori più belli.
Vorrei essere aria
per abbracciare tutto il mondo
senza legarmi a niente
e danzare felice cantando la libertà.
Vorrei essere terra
per sognare d’inverno e rinascere a primavera,
diventare caldo fuoco
per combattere il buio e il freddo.
Vorrei essere poeta
per narrare agli altri
tutto l’incanto
che provo.
E’ questo un messaggio positivo e grato, di tripudio per la
natura, solare e lirico nella levità dello stile sintattico, nell’uso
dell’aggettivazione semplice ma efficace, con un lessico consueto ma ricco di
reminiscenze simboliche, in un tono sommesso e colloquiale che però sa ergersi
a ribellione contro le ingiustizie e a superamento della tragedia di chi si
perde nel dubbio e nell’ignoranza.
La Merenda si rammarica per chi guarda al mondo con occhi
disperati e si perde nella droga o nello scetticismo, nell’ansia o nel dubbio.
Invece il messaggio della poetessa è di speranza, perché per risollevarsi basterebbe
fare attenzione al silenzio di un bel mattino, al respiro della natura, al profumo
di un fiore.
L’Aquila
Una notte senza stelle
che seguiva un giorno di lampi,
cercai riparo
nel mio angolo preferito.
Lì, infatti, ho
le foto di famiglia,
i miei quadri più belli,
i mobili a me più cari
perché erano nella casa
in cui vivevo bambina
e custodiscono
in silenzio
la memoria della mia infanzia e la mia storia.
Era una stanchezza
che mi trascinavo da giorni
e chiusi gli occhi.
Mi venne in mente
una cosa alla quale
pensavo da tanto tempo
mentre osservavo
il volo degli uccelli.
“L’aquila vola sola,
i corvi vanno a stormo”.
La ripetevo fra me e me
e dopo facevo un respiro profondo.
All’improvviso, mi sembrò
di non essere più dentro casa,
ma fuori,
in un posto bellissimo.
Sopra di me il cielo,
di un azzurro intenso,
incorniciava i monti
ricoperti di un verde brillante
per il fitto bosco.
Respiravo profondamente
l’aria fine della montagna
e ripetevo ogni volta fra me:
“L’aquila vola sola,
i corvi vanno a stormo”.
D’un tratto
mi apparve nel cielo,
maestosa,
con le sue grandi ali spiegate,
regale nel suo volo.
Nulla sfuggiva alla sua vista acuta,
e la regina
era al di sopra di tutto,
sola,
nell’azzurro immenso.
Più in là e più in basso
uno stormo di corvi.
Volavano quasi l’uno sull’altro,
come una macchia nera,
ed il loro gracchiare interrompeva
il silenzio e l’incanto.
Tornai a guardare l’aquila
e la sua vista mi prendeva tanto
che non udii più
il gracchiare dei corvi.
Come per magia
mi sembrò di volare,
il mondo sotto di me
ed io sopra tutto.
I miei pensieri svaniti
come i corvi
che ormai non udivo più,
la mia ansia placata,
nessuna domanda più
perché avevo trovato
la risposta per tutte.
“ L’aquila vola sola,
i corvi vanno a stormo”.
Avevo fatto volare
l’aquila che era in me
ed ora sentivo
la pace dentro.
La valigia del Paradiso
Una partenza improvvisa,
poco tempo per la valigia
e di fretta, come sempre, alla stazione.
Sul treno, finalmente seduta!
La corsa è finita
e non c’è più nulla da fare.
Di solito,
quando viaggio,
passo tutto il tempo
a guardare fuori dal finestrino,
e ogni volta mi innamoro
del mondo attorno a me.
Le nostre spiagge meravigliose
con le coste verdeggianti
buttate a capofitto
nelle limpide acque,
le albe ed i tramonti incantevoli,
i nostri monti
col verde brillante degli alberi,
la macchia mediterranea,
la ginestra e l’agave,
i gerani e gli oleandri,
il profumo della zagara
e dei gelsomini,
la buganvillea dappertutto,
e la natura
che racconta
tutta la nostra storia
vecchia di secoli
e sempre ricca di fascino.
Sembra ancora di sentire il fragore delle armi
e di vedere la prua delle navi
dei Fenici e dei Greci,
degli antichi popoli,
tutti attratti da questa terra
che è il più bel giardino d’Europa.
Che gioia guardare i nostri monti!
Mi domando
se il padrone di quelle terre
riesca a provarne quanto me
che, senza possederle,
mi sento così ricca.
E’ strano:
le vedo,
m’ incanto e
mi sento,
addirittura,
più ricca di lui!
Mentre sto così affascinata,
un brusco movimento
fa saltare il bottone del mio vestito
e comincio a sentire le scarpe un po’ strette.
Apro il borsone preparato di corsa.
Oh, che sbadata!
Nella fretta
ho dimenticato
l’ago col filo, le pantofole,
nemmeno
una spilla da balia
né un cerotto per i miei piedi.
Rimango col
borsone spalancato
come un bambino
cui è caduto all’improvviso il suo gelato.
Le scarpe eleganti ci sono,
ed anche il rossetto,
ma non risolvono il problema.
Pensai d’un tratto
ad un altro viaggio,
quello che tutti faremo,
prima o poi.
Non sapremo nulla della partenza,
né l’orario del treno, né la stazione.
Avremo bisogno di una valigia piena.
Non ci saranno fermate
né si può scendere!
Non mi accorgevo più
di ciò che mi passava sotto gli occhi
e mi sentivo smarrita.
Per quel viaggio non servono
lo spazzolino, il pigiama,
l’abbondanza
che portiamo sempre in valigia
ma altri averi,
che non sono in vendita.
Come si prepara
la valigia
del Paradiso?
mi domandavo,
presa
dal panico.
Cominciai a riflettere
sulle nostre giornate,
sempre a correre
dietro a cose
che sembrano
indispensabili.
Curiamo il superfluo,
l’apparire,
a servizio della pubblicità
che ci fa impegnare
per tanti bisogni,
solo apparenti.
Viviamo
come se fossimo eterni,
ma le nostre ricchezze
sono troppo ingombranti
e non entreranno certo
nella valigia.
Allora pensai
alle piccole cose,
ai cerotti, all’ago
e al filo, ai bottoni,
alle spille di balia.
Ho deciso, mio Signore!
Ti porterò le
mie mani operose,
il mio impegno di madre e di moglie,
di figlia, di sorella,
le mie gioie e i miei dolori,
la mia fedeltà, la mia onestà,
i giorni belli e quelli brutti.
Non aspetterò
l’ultimo momento
per preparare la valigia,
ma ogni giorno
cercherò di fare qualcosa
che Tu possa gradire.
Una valigia così
non peserà molto
e ogni cosa sarà utile.
Non verrò a mani vuote,
Te lo prometto,
mio Signore.
Il profumo
delle viole
Vorrei arrampicarmi a piedi nudi
sulle nuvole bianche
fino a giungere alla sorgente della luce
e respirare la fragranza
dell’aria più pulita.
Mi porterei i bambini
con mamme e papà,
i paralitici, gli storpi,
i sordi, i ciechi
e quelli che non sanno parlare.
Farei alzare tutti gli ammalati
dai letti d’ospedale
e chiamerei
anche i vecchi
dal passo insicuro.
Pregherei il sole
perché, coi suoi raggi,
intrecci una scala dorata
attraverso le nuvole
e farei passare
in allegra processione,
finalmente liberi di correre,
quelli che non l’hanno mai fatto:
tutti a correre
su questo morbido tappeto di nuvole bianche.
Porterei anche le ragazze in vendita,
col viso lavato,
a rotolarsi sulle bianche lenzuola
dove non sono più
la merce di nessuno
e solo le sfiora
nei morbidi capelli
l’alito del vento
e le mani pulite
delle loro mamme.
Porterei tutti i filosofi dubbiosi,
gli scettici ed i mendicanti,
quelli che si bucano
e si ubriacano
abbandonati sui marciapiedi,
perché non sanno scoprire
la forza della luce e la gioia dei colori.
Porterei i governanti ed i signori della guerra
a correre in un viale dove il rosso non esiste,
perché c’è il pane caldo per tutti.
Porterei questo popolo vario
a dissetarsi, a giocare, a gioire,
e la sera,
a dormire
alla luce delle stelle.
Inviterei quelli che cercano la felicità
perché l’armonia del silenzio
li aiuterà a capire
che la portano dentro
se stanno al di
sopra di tutto
fino a scoprire
il profumo delle viole
ed il rosso dei papaveri
nei campi verdi
a primavera.
Un mondo vero
Sarebbe bello un mondo dove
gli uomini sono fatti come uomini,
le donne come donne
e i bambini come bambini;
un mondo dove ci sia
dignità per gli anziani e i diversi,
rispetto sincero per i deboli.
Sarebbe bello sentire parole
che hanno senso,
che hanno la forma giusta
per un contenuto non virtuale,
che rappresentano
la proiezione
armoniosa
delle cose.
Udire voci chiare,
non il frastuono che copre il vuoto
del nulla che ogni giorno dà spettacolo,
ma suoni comprensibili
per una mente che ha sete di sapere.
Trovare forme definite
per lo spirito che cerca la strada.
Riuscire ancora a vedere l’orizzonte
come linea immaginaria
che separa il cielo dal mare perché,
senza perdere l’unità della visione,
possiamo capire chiaramente
che il cielo è il cielo
ed il mare è il mare.
Perfino in momenti che potrebbero essere completamente
negativi, come nel ricordo dell’uccisione di Falcone e Borsellino, la voce
della poetessa si alza sicura, forte, convinta della bontà del genere umano,
poiché “Ci sono ancora uomini/ disposti a morire/ perché gli altri siano
liberi”, uomini che con il loro sacrificio donano al prossimo un futuro più
sicuro.
A Falcone e Borsellino
Ci sono ancora uomini
disposti a morire
perché gli altri siano liberi,
ci sono ancora uomini
che fanno la strada per primi
per provare agli altri
che non è impossibile,
ci sono ancora uomini
che versano con coraggio
il loro sangue sull’asfalto
perché il cielo e il mare
tornino ad essere puliti,
ci sono ancora uomini
che non avranno mai figli
perché quelli degli altri
possano crescere al sicuro.
O governanti
di ogni partito e di ogni colore,
fate che non sia perduto
il sangue versato dagli eroi!
O gente di Sicilia, lottiamo
insieme!
O voi che sparate,
posate i kalashnikov
e venite con noi,
perché occorre lo sforzo di tutti
per insegnare ai vostri e ai nostri figli
che non sono morti invano due uomini veri,
che il loro sangue è servito
per creare un mondo di onesti!
E la poetessa si rivolge a tutti, con un appello alla
decenza, al coraggio, all’impegno per la creazione di un mondo migliore. (Noble
17)
Infatti ella rimprovera chi trascura il proprio prossimo,
chi non si accorge delle necessità del mondo e si immerge nel proprio egoismo,
chi corre frettolosamente e non pausa per acquistare la sapienza dell’umiltà,
adiuvata da buoni propositi e carità.
I nuovi poveri
I poveri vivono
alla stazione o nelle metropolitane,
dormono dentro i cartoni,
siedono per terra dove capita,
spesso come cespugli ai margini delle strade.
Non hanno casa,
né mobili
né macchina.
Raro
è qualche amico.
Vivono di quello che trovano.
Nessuno quasi si accorge di loro
e, nella corsa di ogni giorno,
abbiamo tutti imparato a non inciampare
quando ce li troviamo davanti.
Il loro volto ha una strana espressione,
intento a catturare la pietà degli altri.
A volte, è proprio impenetrabile
come le rocce segnate dal sole,
dall’acqua e dal vento.
I poveri,
poco più o poco meno,
abitano tutto il mondo,
strano popolo senza patria,
rassegnato al destino di ogni giorno.
Ma c’è
un altro popolo di poveri,
quelli in giacca e cravatta
con l’aria da potenti faraoni,
la pelle liscia e abbronzata,
il cellulare nel taschino
e la firma sulle magliette,
che credono
di arrivare per primi,
certi di dominare il destino.
Ci sono quelli
che hanno case ricche e comode
ma vivono come se non avessero
porte, né pareti, né tetto,
con la paura d’esser sorpresi nel sonno
perché i ladri possono entrare quando vogliono.
Ci sono quelli
che comprano il vestito alla moda
e fiocchi grandi per il cucciolo,
dicendogli dolcemente:
“Vieni da mamma,
vieni da papà”.
Ci sono quelli
che hanno la cassaforte piena
e non sanno
dar nulla
perché non riescono a saziarsi
del molto che hanno.
Ci sono quelli
che non hanno figli
e piangono per la loro sterilità
e non sanno
che sono tutti figli
i bimbi della strada.
Ci sono quelli
col cappello al contrario,
tatuaggi e orecchini dappertutto,
gli occhiali scuri
anche d’inverno e di notte,
e i capelli come l’arcobaleno
perché qualcuno
per primo
si è svegliato così,
dicendo agli altri
che apparire
è bello e anche
arte.
Ci sono quelli
che godono nella violenza,
rubando e strappando
perfino l’infanzia più tenera
perché non sanno
la gioia dell’amore pulito.
Ci sono quelli
che corrono a testa bassa
senza mai notare
l’alba e il tramonto,
né mai hanno udito
la voce del mondo al mattino.
Ci sono quelli
che non hanno mai corso
su un prato verde,
che non hanno mai scoperto
il profumo delle viole,
né acque pulite,
né pulcini sull’aia,
né le spighe ondeggianti del grano,
né le rane nella vasca dell’orto,
né mai sono rimasti a sognare
sull’altalena
sotto un ramo di quercia.
Ci sono quelli
che si confondono
con l’alcool e la droga
ignari di possedere
occhi per vedere
la luce
e voce per cantare alla vita.
Sono tutti poveri
senza saperlo,
perché non conoscono
la sapienza delle piccole cose,
l’odore della terra lavorata e
la gioia del raccolto;
perché non sanno che può vincere
il coraggio umile di ogni giorno,
la forza
dell’amore e della carità,
la gioia
dell’anima.
Per la Merenda la ricchezza della vita interiore è il bene
più prezioso in un mondo odierno preso da crisi continue e rivolto allo
scoramento.
Infatti, anche nei momenti di maggiore tristezza, la
poetessa sa che il suo messaggio positivo conserva la sua forza e, anche se la
giovinezza è passata, si può ritrovare il capo della matassa, rimettere insieme
il puzzle della vita ed accostarsi serenamente alla sera dell’esistenza: “Dopo
un’accurata analisi esistenziale, dopo un ripiegamento pensoso sulle domande
eterne che la vita ha sempre posto al genere umano, la poetessa apre uno
spiraglio di speranza: la luce c’è basta saperla cercare, riscoprirla nelle
piccole cose, negli affetti di ogni giorno, nella bellezza del mondo che ci
circonda, nella fede” (Noble 19).
Marje Dolores Merenda gioisce nello scrivere perché così può
comunicare agli altri il suo ottimismo:
Poesia
Poesia
è andare dentro le nuvole
ed uscirne col vestito dell’aurora;
è danzare sulle onde spumeggianti
con l’eleganza di una farfalla;
è correre col vento
ed accarezzare il sole al tramonto;
è innamorarsi del
mondo
e sentirne ancora l’incanto;
è scoprire il nuovo nel vecchio
affascinati dai colori dell’arcobaleno.
Poesia è la rugiada sui fiori al mattino,
il profumo dell’alba che vince la notte
perché la vita
è più forte della morte.
E’
questo un messaggio semplice ma profondo allo stesso tempo, espresso con la
sensibilità di chi vede oltre il
giornaliero, con una lingua schietta, leggibile, conscia di saper
comunicare e fiduciosa nella fratellanza che unisce il genere umano.
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