sabato 16 agosto 2014

Prefazione e recensioni di “Balla con le stelle”

A cura della Prof.ssa Cinzia Donatelli Noble
Chair Department of French and Italian, Brigham Young University, Provo, Utah, USA

La spontanea liricità di Marje Dolores Merenda conquista immediatamente i suoi lettori.
Ciò che colpisce sin dalle prime poesie è la visione pura, limpida e gioiosa che ella ha del mondo e l’afflato religioso che pervade i suoi versi. Vi appaiono momenti di sconforto e attimi di ripensamento, ma poi la visione sicura della realtà e la fiducia nei nostri simili e nel potere della fede danno alla poetessa la forza di risollevarsi, di sopportare pazientemente i disagi della vita e di continuare con una convinzione ferma nelle capacità redentorie di Cristo e nella sostanziale bontà della natura umana.
Insomma, ella ci dice che talora si soffre in questo mondo ma che, con l’aiuto della fede e dei nostri simili, possiamo farcela anche attraverso dolori ed ostacoli.
La sua preghiera è appassionata, la sua fiducia in Dio assoluta.
Questa è dunque una visione fondamentalmente ottimistica e positiva della vita, non rattristata dai pur frequenti momenti di ripensamento; è levità gioiosa e aerea, ma conscia e pregna di ponderazioni esistenziali.
Una certa delicatezza pascoliana è anche apparente nei versi della nostra autrice.
In “A sera” questa si nota nel gioco di luci ed ombre che risveglia nella poetessa e nel lettore emblematico di tutto il genere umano, una certa “ansia della notte” e “nostalgia della luce”. Nemmeno la mamma può rassicurare il proprio bambino dalla paura atavica del buio, dal   “mistero / delle origini / il senso del vivere”: la madre ha messo al mondo il figlio prima di sapere che cosa in realtà comportasse il suo atto di procreazione.
C’è qui paura dell’inconscio e della finitezza della vita, ma lo sgomento iniziale non sfocia in disperazione perché, dopo un ripiegamento pensoso, ecco la luce del dì seguente con la sua speranza, con la “la forza del giorno che nasce… chissà...!”
Stilisticamente i puntini di sospensione e l’interiezione esclamativa finale, pur nell’incertezza di un “chissà”, non voltano la pagina, ma lasciano spazio ad un futuro finalmente illuminato dalla speranza di una nuova giornata della vita.
Ancora eco pascoliane si ritrovano in componimenti quali “La pioggia”, “Tempesta” e “Nostalgia”.
Nella prima, i suoni ricreano l’ambiente dell’infanzia con la filastrocca della pioggia che canta la sua nenia, e portano una malinconia per il mondo delle fiabe ormai passato.
Nella seconda, il rombo dei tuoni e l’oscurità delle nubi fanno scendere sulla terra una notte piena di eternità.
La terza riporta alla mente “L’aquilone” con il suo “lieto gridar di bambini” che corrono gioiosi: eco pascoliane sì, ma alla fine, non la coscienza di aver per sempre perso il nido dell’infanzia, bensì, il tendere all’infinito in un anelito di fede.
La poetessa include tutti, femminilmente e cristianamente, nel suo mondo sereno. E’ convinta che bisogna costruire, che “la vittoria è di tutti”, che “Dio non ha tracciato confini” e che siamo tutti fratelli e  sorelle in Lui (Sogno d’estate) in quanto figli dello stesso Padre in Cielo.
L’amore è la forma più potente per combattere il male del mondo e il “pane” della vita, lo stesso pane dell’Eucarestia, deve essere offerto universalmente, perché “non importa se la mano è gialla o nera o rossa” (Il pane dei fratelli). E’ un cibo materiale e spirituale allo stesso tempo, simbolo di un amore che dà sollievo ad un genere umano cittadino di tutta la terra, sotto un cielo comune.
La poetessa confida nella Provvidenza anche nei  momenti più difficili della vita, perché è grata al Signore, e il ricordo del sacrificio di Cristo la solleva e le dà forza.
Questo tema di gratitudine e di offerta al Signore si ritrova profondo in “Un cesto di doni”, lirica di particolare bellezza per la delicatezza dei sentimenti, l’onestà del pensiero, l’amore per il prossimo, la religiosità pura.
In poche parole efficaci, la poetessa riassume la passione di Cristo:
“Tu conosci il sapore amaro/ della sofferenza e del tradimento/ la solitudine dell’orto /ed il sudore del sangue, / il peso della Croce / sulle spalle martoriate / ed il freddo del sepolcro”.
Il tono colloquiale intimo, con cui si rivolge al Cristo dandogli un “Tu” affettuoso, il dolore sovrumano del sudare sangue, il peso della morte ricordato dalla croce, simbolo del martirio, e la solitudine provata nel gelo della tomba la portano ad offrirGli ciò che ella trova di più bello al mondo, riconoscendone sempre la provenienza divina. Personalmente potrà poi aggiungere coraggio, onestà e la semplicità del suo cuore.
Per questo dobbiamo essere sempre pronti ad incontrare il Signore, mentre la vita terrena e quella spirituale si intrecciano nel nostro essere: non possiamo ignorare l’una ed esaltare l’altra, e dobbiamo essere preparati alla partenza per l’aldilà con “La valigia del paradiso”.
La poetessa si chiede quali esperienze possiamo includere in questa valigia metaforica delle nostre opere terrene, come dobbiamo prepararci per il mondo spirituale, e conclude che dobbiamo essere pronti in qualsiasi momento, e che il nostro lavoro e la nostra operosità costruttiva entreranno bene nella valigia, mentre le ricchezze materiali “sono troppo ingombranti”.
L’impegno della poetessa è sincero e sicuro: “Non verrò a mani vuote / Te lo prometto, Signore”.
La vita acquista significato solo se spesa bene e con un impegno esistenziale e morale convinto e onesto. In questo modo possiamo accettare tutto: gioie, dolori, ricchezze, povertà, riposo, fatica, vita, morte.
Sono le esperienze ed i ricordi personali che sollevano dalla stanchezza esistenziale in cui talora, umanamente, si trova la poetessa. Ma poi, come trasportata sulle ali di un’aquila, ella riacquista la sua libertà e librandosi nel cielo può godere le bellezze del mondo (“L’aquila”). Ed è proprio l’aquila, creatura emblematica di forza, regalità, potere e sicurezza, che la trasporta lontano dai  “corvi” gracchianti di chi ormai è gregge e non è più capace di essere individuo. Questi versi ispirano chi li legge perché anche noi, suoi lettori, possiamo “volare”, aprire le nostre ali e superare malinconia e stanchezza esistenziale.
In “Vorrei le ali del falco” è ancora evidente il desiderio di godere di tutto il creato.
Questa poesia, nel suo anelito a diventare ali di falco o di farfalla, occhi d’aquila, aria senza confini, terra rigeneratrice o calore del fuoco, ricorda la semplicità potente del “Cantico delle creature” di San Francesco d’Assisi. E’ anche questo un cantico semplice e spontaneo, di luminoso anelito per una simbiosi con il Creato ed il suo Creatore.
Alla fine l’autrice  desidera essere proprio poetessa, con il dono delle parole che le facciano esprimere adeguatamente il suo sentimento di apprezzamento e gratitudine.
E poetessa certamente Marje Dolores Merenda si dimostra in una delle più belle liriche di questa collezione intitolata, appunto “Poesia”.
La leggerezza con cui ella vola  con la fantasia dentro le nuvole, sulle onde del mare e con il vento gioioso della vita, accentuano l’aspetto essenzialmente lirico e solare dei versi. La levità del corpo e dello spirito portano su un volo pindarico ed emotivo, vincono la paura della morte.
Ancora fiducia nel genere umano e nel mondo troviamo nello stile colloquiale e sommesso della nostra, che poi si alza in un momento di ribellione contro coloro che invece si perdono nel dubbio, la droga, lo scetticismo e la guerra, perché non sanno scoprire / la forza della luce e la gioia dei colori” (Il profumo delle viole) e che, con la loro ansia, non riescono a sostare e a gustare quello che  invece è alla portata di tutti.
La poetessa invita a  lasciare il chiasso del mondo in corsa e, con una delicata dicotomia, a riscoprire “l’armonia del silenzio”, quella voce sussurrante ma pur potente che ognuno ha dentro di sé e che porta tranquillità sicura, “perché, nel silenzio, / la voce del mondo racconta” (Sogno d’estate).
L’attenzione ai silenzi, alla voce sottile dello spirito, ai sussurri della natura, ai profumi e ai colori, farà riscoprire una gioia più duratura.
Perfino in momenti che potrebbero essere completamente negativi, come nel ricordo dell’uccisione di Falcone e Borsellino, la voce della poetessa si alza sicura, forte, convinta della bontà del genere umano, poiché “Ci sono ancora uomini / disposti a morire / perché gli altri siano liberi”, uomini che con il loro sacrificio donano al prossimo un futuro più sicuro.
E la poetessa si rivolge a tutti, con un appello alla decenza, al coraggio, all’impegno per la creazione di un mondo migliore.
L’analisi del mondo circostante continua con “I nuovi poveri” che la società moderna, consumistica e ansiosa, sta creando.
La poetessa analizza accuratamente la condizione di chi è ridotto a livello vegetale sia fisicamente che spiritualmente, nella nuova realtà sociale che sta disumanizzando gli uomini, ormai diventati “come cespugli ai margini delle strade”. Poi  aggiunge la solitudine e l’abbandono da parte di chi non si accorge del proprio prossimo, l’ignoranza di chi non vuol capire, la vanità di chi si attacca ai beni materiali e non è meno povero dei mendicanti stessi, di chi non è mai sazio e, pur nelle ricchezze, conduce una misera vita interiore, di chi va in fretta “senza mai notare / l’alba e il tramonto” ed è per questo più infelice e solo degli altri.
La ricetta della felicità è semplice: è pronta davanti ai nostri occhi, ripete la poetessa, basta saperla vedere e volerla seguire; è “la sapienza delle piccole cose, il coraggio umile di ogni giorno, / la forza dell’amore e della carità” che portano “la gioia dell’anima”.
In un mondo moderno dilaniato da incertezze e crisi esistenziali senza soluzione, si trova finalmente tanta serenità in queste espressioni di speranza.
Perfino nei momenti di maggior dubbio, quando la vita pare avvicinarsi al suo autunno (Foglie secche, Autunno), la poetessa si aggrappa a ciò che potrebbe parere volatile, come le foglie secche in balia del vento. Però ella è convinta che il suo sforzo non è inutile, perché sa rimettere insieme pazientemente quelle foglie in fuga, come in un puzzle: la vita continua anche nel suo declinare, e si può avere fiducia su dove la porterà il vento.
Anche se talora non riconosciamo nemmeno noi stessi nel tramonto dell’esistenza e se non abbiamo più la certezza della giovinezza, la serenità della sera della vita può dare pace: “in questo silenzio, / solo, / m’acquieto” (Tramonto).
Con l’alba si riesce a sognare, con un bimbo a credere, con dei fiori a gioire, con il tramonto a sperare, con la notte ci si può raccogliere in preghiera (Datemi).
Dopo un’accurata analisi esistenziale, dopo un ripiegamento pensoso sulle domande eterne che la vita ha sempre posto al genere umano, la poetessa apre uno spiraglio di speranza: la luce c’è, basta saperla cercare, riscoprirla nelle piccole cose, negli affetti di ogni giorno, nella bellezza del mondo che ci circonda, nella fede in un Padre Celeste che ci ama.
Grazie, Marje Dolores Merenda, ne avevamo proprio bisogno.



Recensioni:

Mario Luzi, poeta
“Gentile Marje Dolores … sto leggendo le sue poesie e ne trovo di simpatiche (è la parola giusta) e vive, libere, animate come lei, innamorata del mondo …”
(da una lettera di Mario Luzi).

Antonio Riccardi Direttore Editoriale- Mondadori
“…Le sue poesie sono appunto simpatiche. Ho apprezzato la sua freschezza e la sua notevole immediatezza, oltre alla capacità di cimentarsi con forme diverse, dal componimento brevissimo a quello di maggiore articolazione, dal verso alla prosa poetica.”

Mariangela Riva
Redazione Famiglia Cristiana
“Sono veramente molto belle, esprimono il candore dell’animo. Tutte d’ispirazione nobile, perché l’idea parte da dentro, nella sede dello Spirito. Le auguriamo di continuare a scriverle, perché scrivere poesie, come dipingere e comporre musica, è una forma d’arte.”

Luigi Fontanella
Professor of Italian, Department of European Languages, Literatures, and Cultures, State University of New York
“La poesia di Marje Dolores Merenda oscilla tra un neocrepuscolarismo, mai di maniera, e una forte passione civile, nella quale irrompono squarci di improvvisa tenerezza. Una poesia, insomma, che pur tenendo ben presente gli effetti derivati da una società talora malevola e fin troppo materialistica (quella che un grande poeta come Luzi ha definito “ignominiosa – Muore ignominiosamente la Repubblica”), non nasconde gli affetti che comunque nutrono la nostra vita e la nostra fantasia.”

Luigi Fontanella
…. messinese, Marje  Dolores Merenda ci consegna in questo libro, Balla con le stelle, poesie di immediata freschezza inventiva…  Gradiva, Number 27-28 Spring and Fall 2005

wwwmessinawebtv.it  2 aprile 2005
“L’emozione che la parola poetica riesce a trasmettere non è mancata durante la presentazione della prima raccolta di versi di Marje Dolores Merenda, “Balla con le stelle”, sabato 2 Aprile 2005, nella sala Giunta del palazzo municipale di Messina.
L’autrice, siciliana nata a S. Angelo di Brolo, pediatra nella vita di tutti i giorni, nell’intervento di chiusura ha offerto al suo uditorio una sintesi ideale del dono della poesia: “col tempo la capacità di sentire si fa più fine… ti accorgi che la natura ha una voce ed un’anima, percepire questo è un’esperienza straordinaria”
La piccola e densa collezione di componimenti scritti nel corso degli anni, ce ne sono trentanove, è stata illustrata dalla poetessa, dall’editore, dalle professoresse Tindara Maccarrone e Vittoria Gigante, docenti di lettere, che ne hanno fatto un’analisi.
L’opera rivela come si può parlare di poesia in un tempo saturo di comunicazione della politica, di governo, di potere del denaro. Come si può fare poesia raccontando e ricordando la presenza e la bellezza della natura, del creato che stupisce, del sogno, della fede.
Lo sfondo dominante è, infatti, la natura nelle sue forme consuete: la sera, gli animali e le piante – le rondini e il falco, le viole -, l’estate, la tempesta, la pioggia. Ma la natura diviene metafora e atmosfera dei temi dominanti che sono il mistero delle cose e la fede:
 “ora non sa questo bimbo/ perché è buio,/ ma forse domani, la luce,/ la forza del giorno che nasce… chissà…!” (A sera)
La povertà del nostro tempo in cui:
“ ci sono quelli che/ non hanno mai corso su un prato verde/ che non hanno mai scoperto il profumo delle viole … Sono tutti poveri senza saperlo/ perché non conoscono/ la sapienza delle piccole cose” (I nuovi poveri);
“Ci sono ancora uomini disposti a morire” (A Falcone e Borsellino)
Il disincanto:
“povero piccolo ingenuo/ tu devi solo recitare/ ed io,/ io ti comando:/ io sono la regina dei pupi:/ io sono la vita”.
La preghiera e ancora la fede:
“quando il cielo è sereno conservo la speranza/ per i giorni della tempesta … quando sono disperata/ confido nella Provvidenza/ perché mi aprirà gli occhi/ ed io lo vedrò”.


www.ecodelsud.it
“A Palazzo Zanca a Messina “Balla con le stelle” antologia di Marje Dolores Merenda”,
30 Aprile 2005

"Si è tenuta a Palazzo Zanca la presentazione del libro "Balla con le stelle", antologia poetica firmata Marje Dolores Merenda. Il Salone di rappresentanza era gremito di spettatori, specie considerando come simili manifestazioni siano di scarso interesse al grande pubblico e rifuggite..."

Annamaria Crisafulli Sartori, giornalista, Gazzetta del Sud 1 Giugno 2006
“Quella bellezza delle arti che aiuta a elevare lo spirito …
Un ballo metaforico, onirico, dove le stelle sono le molteplici esperienze della vita, tutto ciò su cui la poetessa medita per trasmettere messaggi come quello sulla libertà, bene di vitale importanza per l’uomo; sulla povertà che è di tutti coloro che non conoscono la forza dell’amore, sulla guerra che non ha mai vincitori, ma sempre uomini vinti dall’odio. Ed ancora sulla felicità che i più cercano altrove e non sanno che la portano dentro, una felicità scaturita dal rapporto con Dio.
… sottolineato il compassionevole amore di cui è capace questa donna, che sa cogliere nella foresta di simboli messaggi positivi, e che si trasforma in un titano grazie alla forza che sprigionano la speranza, la preghiera e la gioia.”


Giudizi critici:

Liliana Condemi Del Monte, scrittrice
“… ho trovato il suo libro intenso e profondo come una preghiera.
Dalla forza dei suoi versi promana l’immensa gratitudine verso il Creatore, artefice di tutto ciò che ci ha donato e di cui non resterebbe che “riempire il cesto”. E’ stato comunque come bere a una sorgente d’acqua fresca e limpida. Nel ringraziarla ancora, la saluto con rispettosa invidia.”

Aldo Meozzi, pediatra
… è proprio vero: è la virtù eterna della Poesia, del “fanciullino” che è in noi da sempre, “è andare dentro le nuvole ed uscirne col vestito dell’aurora…”
“La pioggia, Tramonto, Voci nella notte, Lo scricciolo, A sera, riportano alle emozioni delle letture pascoliane: il fanciullino che scopriva nelle piccole creature del mondo i simboli della natura misteriosa, i misteri del vivere e del morire, … e, soprattutto, incombente, l’ansia e l’angoscia che tutto passa e rotola verso una fine misteriosa.

Leggendo “A sera” mi torna in mente l’altra:

“ Il giorno fu pieno di lampi, /ma ora verranno le stelle,
le tremule stelle, nei campi /c’è un breve gre gre di ranelle …


… commozione è scoprire una sensibilità così vera, autentica, incontaminata, pura, candida, nonostante le brutture, la violenza ed il male di ogni giorno; l’affetto così puro, soprattutto materno; la fede così sicura e così profonda, vissuta con una delicatezza e sincerità autentica, quasi francescana...”


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