A
cura della Prof.ssa Cinzia Donatelli
Noble
Chair Department of French and Italian, Brigham Young
University, Provo, Utah, USA
La
spontanea liricità di Marje Dolores Merenda conquista immediatamente i suoi
lettori.
Ciò
che colpisce sin dalle prime poesie è la visione pura, limpida e gioiosa che
ella ha del mondo e l’afflato religioso che pervade i suoi versi. Vi appaiono
momenti di sconforto e attimi di ripensamento, ma poi la visione sicura della
realtà e la fiducia nei nostri simili e nel potere della fede danno alla
poetessa la forza di risollevarsi, di sopportare pazientemente i disagi della
vita e di continuare con una convinzione ferma nelle capacità redentorie di
Cristo e nella sostanziale bontà della natura umana.
Insomma,
ella ci dice che talora si soffre in questo mondo ma che, con l’aiuto della
fede e dei nostri simili, possiamo farcela anche attraverso dolori ed ostacoli.
La
sua preghiera è appassionata, la sua fiducia in Dio assoluta.
Questa
è dunque una visione fondamentalmente ottimistica e positiva della vita, non
rattristata dai pur frequenti momenti di ripensamento; è levità gioiosa e
aerea, ma conscia e pregna di ponderazioni esistenziali.
Una
certa delicatezza pascoliana è anche apparente nei versi della nostra autrice.
In
“A sera” questa si nota nel gioco di luci ed ombre che risveglia nella poetessa
e nel lettore emblematico di tutto il genere umano, una certa “ansia della
notte” e “nostalgia della luce”. Nemmeno la mamma può rassicurare il proprio
bambino dalla paura atavica del buio, dal “mistero / delle origini / il senso del vivere”: la
madre ha messo al mondo il figlio prima di sapere che cosa in realtà
comportasse il suo atto di procreazione.
C’è
qui paura dell’inconscio e della finitezza della vita, ma lo sgomento iniziale
non sfocia in disperazione perché, dopo un ripiegamento pensoso, ecco la luce
del dì seguente con la sua speranza, con la “la forza del giorno che nasce…
chissà...!”
Stilisticamente
i puntini di sospensione e l’interiezione esclamativa finale, pur
nell’incertezza di un “chissà”, non voltano la pagina, ma lasciano spazio ad un
futuro finalmente illuminato dalla speranza di una nuova giornata della vita.
Ancora
eco pascoliane si ritrovano in componimenti quali “La pioggia”, “Tempesta” e
“Nostalgia”.
Nella
prima, i suoni ricreano l’ambiente dell’infanzia con la filastrocca della
pioggia che canta la sua nenia, e portano una malinconia per il mondo delle
fiabe ormai passato.
Nella
seconda, il rombo dei tuoni e l’oscurità delle nubi fanno scendere sulla terra
una notte piena di eternità.
La
terza riporta alla mente “L’aquilone” con il suo “lieto gridar di bambini” che
corrono gioiosi: eco pascoliane sì, ma alla fine, non la coscienza di aver per
sempre perso il nido dell’infanzia, bensì, il tendere all’infinito in un
anelito di fede.
La
poetessa include tutti, femminilmente e cristianamente, nel suo mondo sereno.
E’ convinta che bisogna costruire, che “la vittoria è di tutti”, che “Dio non
ha tracciato confini” e che siamo tutti fratelli e sorelle in Lui (Sogno d’estate) in quanto figli dello stesso
Padre in Cielo.
L’amore
è la forma più potente per combattere il male del mondo e il “pane” della vita,
lo stesso pane dell’Eucarestia, deve essere offerto universalmente, perché “non
importa se la mano è gialla o nera o rossa” (Il pane dei fratelli). E’ un cibo
materiale e spirituale allo stesso tempo, simbolo di un amore che dà sollievo
ad un genere umano cittadino di tutta la terra, sotto un cielo comune.
La
poetessa confida nella Provvidenza anche nei momenti più difficili della vita, perché è grata al Signore,
e il ricordo del sacrificio di Cristo la solleva e le dà forza.
Questo
tema di gratitudine e di offerta al Signore si ritrova profondo in “Un cesto di
doni”, lirica di particolare bellezza per la delicatezza dei sentimenti,
l’onestà del pensiero, l’amore per il prossimo, la religiosità pura.
In
poche parole efficaci, la poetessa riassume la passione di Cristo:
“Tu
conosci il sapore amaro/ della sofferenza e del tradimento/ la solitudine
dell’orto /ed il sudore del sangue, / il peso della Croce / sulle spalle
martoriate / ed il freddo del sepolcro”.
Il
tono colloquiale intimo, con cui si rivolge al Cristo dandogli un “Tu” affettuoso,
il dolore sovrumano del sudare sangue, il peso della morte ricordato dalla
croce, simbolo del martirio, e la solitudine provata nel gelo della tomba la
portano ad offrirGli ciò che ella trova di più bello al mondo, riconoscendone
sempre la provenienza divina. Personalmente potrà poi aggiungere coraggio,
onestà e la semplicità del suo cuore.
Per
questo dobbiamo essere sempre pronti ad incontrare il Signore, mentre la vita
terrena e quella spirituale si intrecciano nel nostro essere: non possiamo
ignorare l’una ed esaltare l’altra, e dobbiamo essere preparati alla partenza
per l’aldilà con “La valigia del paradiso”.
La
poetessa si chiede quali esperienze possiamo includere in questa valigia
metaforica delle nostre opere terrene, come dobbiamo prepararci per il mondo
spirituale, e conclude che dobbiamo essere pronti in qualsiasi momento, e che
il nostro lavoro e la nostra operosità costruttiva entreranno bene nella
valigia, mentre le ricchezze materiali “sono troppo ingombranti”.
L’impegno
della poetessa è sincero e sicuro: “Non verrò a mani vuote / Te lo prometto,
Signore”.
La
vita acquista significato solo se spesa bene e con un impegno esistenziale e
morale convinto e onesto. In questo modo possiamo accettare tutto: gioie,
dolori, ricchezze, povertà, riposo, fatica, vita, morte.
Sono
le esperienze ed i ricordi personali che sollevano dalla stanchezza
esistenziale in cui talora, umanamente, si trova la poetessa. Ma poi, come
trasportata sulle ali di un’aquila, ella riacquista la sua libertà e librandosi
nel cielo può godere le bellezze del mondo (“L’aquila”). Ed è proprio l’aquila,
creatura emblematica di forza, regalità, potere e sicurezza, che la trasporta
lontano dai “corvi” gracchianti di
chi ormai è gregge e non è più capace di essere individuo. Questi versi
ispirano chi li legge perché anche noi, suoi lettori, possiamo “volare”, aprire
le nostre ali e superare malinconia e stanchezza esistenziale.
In
“Vorrei le ali del falco” è ancora evidente il desiderio di godere di tutto il
creato.
Questa
poesia, nel suo anelito a diventare ali di falco o di farfalla, occhi d’aquila,
aria senza confini, terra rigeneratrice o calore del fuoco, ricorda la
semplicità potente del “Cantico delle creature” di San Francesco d’Assisi. E’
anche questo un cantico semplice e spontaneo, di luminoso anelito per una
simbiosi con il Creato ed il suo Creatore.
Alla
fine l’autrice desidera essere
proprio poetessa, con il dono delle parole che le facciano esprimere
adeguatamente il suo sentimento di apprezzamento e gratitudine.
E
poetessa certamente Marje Dolores Merenda si dimostra in una delle più belle
liriche di questa collezione intitolata, appunto “Poesia”.
La
leggerezza con cui ella vola con
la fantasia dentro le nuvole, sulle onde del mare e con il vento gioioso della
vita, accentuano l’aspetto essenzialmente lirico e solare dei versi. La levità
del corpo e dello spirito portano su un volo pindarico ed emotivo, vincono la
paura della morte.
Ancora
fiducia nel genere umano e nel mondo troviamo nello stile colloquiale e
sommesso della nostra, che poi si alza in un momento di ribellione contro
coloro che invece si perdono nel dubbio, la droga, lo scetticismo e la guerra,
perché non sanno scoprire / la forza della luce e la gioia dei colori” (Il
profumo delle viole) e che, con la loro ansia, non riescono a sostare e a gustare
quello che invece è alla portata
di tutti.
La
poetessa invita a lasciare il
chiasso del mondo in corsa e, con una delicata dicotomia, a riscoprire
“l’armonia del silenzio”, quella voce sussurrante ma pur potente che ognuno ha
dentro di sé e che porta tranquillità sicura, “perché, nel silenzio, / la voce
del mondo racconta” (Sogno d’estate).
L’attenzione
ai silenzi, alla voce sottile dello spirito, ai sussurri della natura, ai
profumi e ai colori, farà riscoprire una gioia più duratura.
Perfino
in momenti che potrebbero essere completamente negativi, come nel ricordo
dell’uccisione di Falcone e Borsellino, la voce della poetessa si alza sicura,
forte, convinta della bontà del genere umano, poiché “Ci sono ancora uomini /
disposti a morire / perché gli altri siano liberi”, uomini che con il loro
sacrificio donano al prossimo un futuro più sicuro.
E la
poetessa si rivolge a tutti, con un appello alla decenza, al coraggio,
all’impegno per la creazione di un mondo migliore.
L’analisi
del mondo circostante continua con “I nuovi poveri” che la società moderna,
consumistica e ansiosa, sta creando.
La
poetessa analizza accuratamente la condizione di chi è ridotto a livello
vegetale sia fisicamente che spiritualmente, nella nuova realtà sociale che sta
disumanizzando gli uomini, ormai diventati “come cespugli ai margini delle
strade”. Poi aggiunge la solitudine
e l’abbandono da parte di chi non si accorge del proprio prossimo, l’ignoranza
di chi non vuol capire, la vanità di chi si attacca ai beni materiali e non è
meno povero dei mendicanti stessi, di chi non è mai sazio e, pur nelle
ricchezze, conduce una misera vita interiore, di chi va in fretta “senza mai
notare / l’alba e il tramonto” ed è per questo più infelice e solo degli altri.
La
ricetta della felicità è semplice: è pronta davanti ai nostri occhi, ripete la
poetessa, basta saperla vedere e volerla seguire; è “la sapienza delle piccole
cose, il coraggio umile di ogni giorno, / la forza dell’amore e della carità”
che portano “la gioia dell’anima”.
In
un mondo moderno dilaniato da incertezze e crisi esistenziali senza soluzione,
si trova finalmente tanta serenità in queste espressioni di speranza.
Perfino
nei momenti di maggior dubbio, quando la vita pare avvicinarsi al suo autunno
(Foglie secche, Autunno), la poetessa si aggrappa a ciò che potrebbe parere
volatile, come le foglie secche in balia del vento. Però ella è convinta che il
suo sforzo non è inutile, perché sa rimettere insieme pazientemente quelle
foglie in fuga, come in un puzzle: la vita continua anche nel suo declinare, e
si può avere fiducia su dove la porterà il vento.
Anche
se talora non riconosciamo nemmeno noi stessi nel tramonto dell’esistenza e se
non abbiamo più la certezza della giovinezza, la serenità della sera della vita
può dare pace: “in questo silenzio, / solo, / m’acquieto” (Tramonto).
Con
l’alba si riesce a sognare, con un bimbo a credere, con dei fiori a gioire, con
il tramonto a sperare, con la notte ci si può raccogliere in preghiera
(Datemi).
Dopo
un’accurata analisi esistenziale, dopo un ripiegamento pensoso sulle domande
eterne che la vita ha sempre posto al genere umano, la poetessa apre uno
spiraglio di speranza: la luce c’è, basta saperla cercare, riscoprirla nelle
piccole cose, negli affetti di ogni giorno, nella bellezza del mondo che ci
circonda, nella fede in un Padre Celeste che ci ama.
Grazie,
Marje Dolores Merenda, ne avevamo proprio bisogno.
Recensioni:
Mario Luzi, poeta
“Gentile
Marje Dolores … sto leggendo le sue poesie e ne trovo di simpatiche (è la
parola giusta) e vive, libere, animate come lei, innamorata del mondo …”
(da
una lettera di Mario Luzi).
Antonio Riccardi Direttore Editoriale-
Mondadori
“…Le
sue poesie sono appunto simpatiche. Ho apprezzato la sua freschezza e la sua
notevole immediatezza, oltre alla capacità di cimentarsi con forme diverse, dal
componimento brevissimo a quello di maggiore articolazione, dal verso alla
prosa poetica.”
Mariangela Riva
Redazione
Famiglia Cristiana
“Sono
veramente molto belle, esprimono il candore dell’animo. Tutte d’ispirazione
nobile, perché l’idea parte da dentro, nella sede dello Spirito. Le auguriamo
di continuare a scriverle, perché scrivere poesie, come dipingere e comporre
musica, è una forma d’arte.”
Luigi Fontanella
Professor of Italian, Department of
European Languages, Literatures, and Cultures, State University of New York
“La
poesia di Marje Dolores Merenda oscilla tra un neocrepuscolarismo, mai di
maniera, e una forte passione civile, nella quale irrompono squarci di
improvvisa tenerezza. Una poesia, insomma, che pur tenendo ben presente gli
effetti derivati da una società talora malevola e fin troppo materialistica
(quella che un grande poeta come Luzi ha definito “ignominiosa – Muore
ignominiosamente la Repubblica”), non nasconde gli affetti che comunque nutrono
la nostra vita e la nostra fantasia.”
Luigi Fontanella
….
messinese, Marje Dolores Merenda
ci consegna in questo libro, Balla con le stelle, poesie di immediata
freschezza inventiva… Gradiva,
Number 27-28 Spring and Fall 2005
wwwmessinawebtv.it 2 aprile 2005
“L’emozione
che la parola poetica riesce a trasmettere non è mancata durante la
presentazione della prima raccolta di versi di Marje Dolores Merenda, “Balla
con le stelle”, sabato 2 Aprile 2005, nella sala Giunta del palazzo municipale
di Messina.
L’autrice,
siciliana nata a S. Angelo di Brolo, pediatra nella vita di tutti i giorni,
nell’intervento di chiusura ha offerto al suo uditorio una sintesi ideale del
dono della poesia: “col tempo la capacità di sentire si fa più fine… ti accorgi
che la natura ha una voce ed un’anima, percepire questo è un’esperienza
straordinaria”
La
piccola e densa collezione di componimenti scritti nel corso degli anni, ce ne
sono trentanove, è stata illustrata dalla poetessa, dall’editore, dalle
professoresse Tindara Maccarrone e Vittoria Gigante, docenti di lettere, che ne
hanno fatto un’analisi.
L’opera
rivela come si può parlare di poesia in un tempo saturo di comunicazione della
politica, di governo, di potere del denaro. Come si può fare poesia raccontando
e ricordando la presenza e la bellezza della natura, del creato che stupisce,
del sogno, della fede.
Lo
sfondo dominante è, infatti, la natura nelle sue forme consuete: la sera, gli
animali e le piante – le rondini e il falco, le viole -, l’estate, la tempesta,
la pioggia. Ma la natura diviene metafora e atmosfera dei temi dominanti che
sono il mistero delle cose e la fede:
“ora non sa questo bimbo/ perché è
buio,/ ma forse domani, la luce,/ la forza del giorno che nasce… chissà…!” (A
sera)
La
povertà del nostro tempo in cui:
“ ci
sono quelli che/ non hanno mai corso su un prato verde/ che non hanno mai
scoperto il profumo delle viole … Sono tutti poveri senza saperlo/ perché non
conoscono/ la sapienza delle piccole cose” (I nuovi poveri);
“Ci
sono ancora uomini disposti a morire” (A Falcone e Borsellino)
Il
disincanto:
“povero
piccolo ingenuo/ tu devi solo recitare/ ed io,/ io ti comando:/ io sono la
regina dei pupi:/ io sono la vita”.
La
preghiera e ancora la fede:
“quando
il cielo è sereno conservo la speranza/ per i giorni della tempesta … quando
sono disperata/ confido nella Provvidenza/ perché mi aprirà gli occhi/ ed io lo
vedrò”.
www.ecodelsud.it
“A
Palazzo Zanca a Messina “Balla con le stelle” antologia di Marje Dolores
Merenda”,
30
Aprile 2005
"Si è tenuta a Palazzo Zanca la presentazione del libro "Balla con le stelle", antologia poetica firmata Marje Dolores Merenda. Il Salone di rappresentanza era gremito di spettatori, specie considerando come simili manifestazioni siano di scarso interesse al grande pubblico e rifuggite..."
Annamaria Crisafulli Sartori, giornalista, Gazzetta del Sud 1 Giugno 2006
“Quella
bellezza delle arti che aiuta a elevare lo spirito …
Un
ballo metaforico, onirico, dove le stelle sono le molteplici esperienze della
vita, tutto ciò su cui la poetessa medita per trasmettere messaggi come quello
sulla libertà, bene di vitale importanza per l’uomo; sulla povertà che è di
tutti coloro che non conoscono la forza dell’amore, sulla guerra che non ha mai
vincitori, ma sempre uomini vinti dall’odio. Ed ancora sulla felicità che i più
cercano altrove e non sanno che la portano dentro, una felicità scaturita dal
rapporto con Dio.
…
sottolineato il compassionevole amore di cui è capace questa donna, che sa
cogliere nella foresta di simboli messaggi positivi, e che si trasforma in un
titano grazie alla forza che sprigionano la speranza, la preghiera e la gioia.”
Giudizi critici:
Liliana Condemi Del Monte, scrittrice
“…
ho trovato il suo libro intenso e profondo come una preghiera.
Dalla
forza dei suoi versi promana l’immensa gratitudine verso il Creatore, artefice
di tutto ciò che ci ha donato e di cui non resterebbe che “riempire il cesto”.
E’ stato comunque come bere a una sorgente d’acqua fresca e limpida. Nel
ringraziarla ancora, la saluto con rispettosa invidia.”
Aldo Meozzi, pediatra
… è
proprio vero: è la virtù eterna della Poesia, del “fanciullino” che è in noi da
sempre, “è andare dentro le nuvole ed uscirne col vestito dell’aurora…”
“La
pioggia, Tramonto, Voci nella notte, Lo scricciolo, A sera, riportano alle
emozioni delle letture pascoliane: il fanciullino che scopriva nelle piccole
creature del mondo i simboli della natura misteriosa, i misteri del vivere e
del morire, … e, soprattutto, incombente, l’ansia e l’angoscia che tutto passa
e rotola verso una fine misteriosa.
Leggendo “A sera” mi torna in mente l’altra:
“ Il
giorno fu pieno di lampi, /ma ora verranno le stelle,
le
tremule stelle, nei campi /c’è un breve gre gre di ranelle …
…
commozione è scoprire una sensibilità così vera, autentica, incontaminata,
pura, candida, nonostante le brutture, la violenza ed il male di ogni giorno;
l’affetto così puro, soprattutto materno; la fede così sicura e così profonda,
vissuta con una delicatezza e sincerità autentica, quasi francescana...”
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