Dopo L’Ammazzasette e il Drago con le pantofole di velluto rosso ed altre
favole, Marje Dolores Merenda ci regala questa seconda raccolta di
favole dal titolo “Scontentino e il maghetto ed altre favole”.
La mia favola preferita è la prima, eponima dell’intera raccolta, in
quanto mostra subito tutte le differenze rispetto alle favole cui siamo
abituati. La definirei quasi un’antifavola, così come un antimago il maghetto:
antifavola e antifantasy, direi.
Forte è il senso ecologistico e ambientalistico, grande il rispetto per
la terra e i suoi ritmi. La vera magia è la natura, la trascendenza
dell’immanenza.
Il maghetto della favola è una sorta di anti Harry Potter.
Nel romanzo non meno che nel film, la magia è scoppiettante, tutta
effetti speciali. Qui invece è tutta interna, sta appunto nel guadagnare
autoconsapevolezza della bellezza del mondo.
E infatti il maghetto ride della bacchetta magica, perché la vera
bacchetta magica è il nostro corpo.
Per certi aspetti ricorda Il mago
di Oz: la favola di chi pensa che il posto migliore sia la casa (la battuta
finale del film: «Non c’è posto più bello della propria casa»), in questo caso
la terra, la natura, gli affetti.
Nel film, però, il messaggio è fortemente
reazionario: inutile tentare di cambiare il mondo, di rifugiarsi nei sogni:
accontentati di quello che hai senza grilli per la testa. Anche se poi,
inscenando il sogno a colori e la realtà in triste bianco e nero, è evidente
l’amarezza della rinuncia ai sogni.
Nelle favole della Merenda, invece, si tratta di un inno alla
consapevolezza, all’autocoscienza che veramente questa nostra terra è la cosa
migliore che abbiamo e non possiamo permetterci di rovinarla. E, soprattutto,
che il nostro corpo, la nostra fisicità, la sintonia con la nostra corporeità sono
la vera bacchetta magica per la ricerca della felicità.
Il corpo è un tempio, come recitano l’induismo e tante altre dottrine
orientali.
E del resto, chi meglio di un medico (Merenda è pediatra) può celebrare
la sacralità del corporeo?
La ricerca della felicità è il vero interesse di questa raccolta, tanto
da motivare anche un titolo, il quarto e penultimo, La favola della felicità. Felicità = libertà, contrario di captivus = ‘prigioniero’.
I due esergo iniziali, da Einstein e da James Dewar (chimico e fisico,
studioso del vuoto) mostrano tutta la forza di una fede sui generis, che crede
nell’uomo almeno quanto in Dio, che ha fede nell’intelligenza almeno tanto
quanto la ha nell’anima.
Ancora una volta, dunque, immanenza e trascendenza si danno la mano e
vanno a braccetto.
E’ curioso che, per introdurre all’animo (questo fa l’esergo) di un
libro di favole, e di un libro in cui il senso della fede è molto forte, si
prendano un fisico e un chimico, che sembrano la negazione della fantasia e
della fede a tutto favore delle certezze assolute della scienza e della
ragione. Eppure le due citazioni scelte dalla Merenda non hanno nulla della
prospettiva asfittica dello scienziato convinto che non possa esistere
null’altro se non il dato numerico.
Sono, all’opposto, un inno all’elasticità (la mente aperta di cui si
parla nella seconda citazione) e allo stupore del miracolo (Einstein).
La fede è sempre coniugata con la natura, con il lavoro della terra e
anche con la corporeità. Spesso i personaggi sono definiti belli perché in pace
con sé stessi.
La presenza della fede è confermata, ancora una volta, dalla Favola della felicità, che si conclude
con una preghiera: p. 98 che è ringraziamento
a Dio e, ancora una volta, un inno alla sintonia con la natura e con la propria
fisicità. Una preghiera che, pur partendo da principi cattolici, sembra
concludersi con uno spiraglio verso le dottrine orientali, fino a “sentirsi
parte di una foglia, di un albero, del sole, della terra, dell’aria”. Del resto
oggi più che mai, e Marje Dolores sembra saperlo benissimo, tocchiamo con mano
i disastri di una prospettiva asfittica che contrappone tra loro le religioni.
Il misticismo, l’aspirazione al divino, la ricerca della felicità tocca tutti, indipendentemente
dall’esteriorità dei vari credo o non credo, religiosi.
Per tutti questi motivi, più che
favole le definirei parabole, e in fondo la parabola è il racconto per
antonomasia, racconto esemplare, paradigmatico, rivolto a tutti, che procede
per confronti e paragoni (questo vuol dire paraballo,
confronto, da cui poi l’italiano parola)
la parola per antonomasia. Parabole
moderne. E infatti non hanno la struttura delle favole classiche, con
antagonista ecc. Basti confrontare lo schema della Morfologia della fiaba di Vladimir Propp (1928):
b. Il Donatore: prepara l’eroe al conflitto o
gli fornisce un oggetto magico per riuscire nella sua battaglia
c. Aiutante magico: aiuta l’eroe nella sua
ricerca/lotta
d. La principessa e suo padre il re. Questi due
tipi si occupano di dare l’incarico all’eroe, identificare il falso eroe,
sposare l’eroe. Nel suo lavoro Propp si rende conto che questi due personaggi
non possono essere divisi da un punto di vista funzionale poiché si occupano
delle medesime cose.
e. Il Mandante: il personaggio che rende nota la
mancanza e incita l’eroe ad andare.
f. L’eroe (o
vittima che diventerà eroe) colui che lotterà contro il cattivo, trionferà,
verrà aiutato dal donatore, sposerà la principessa.
g. Falso eroe: colui che si prende il merito
della missione e cerca di sposare la principessa con l’inganno.
Ecco, spesso nelle favole della Merenda mancano sia l’eroe sia il
cattivo, non vi sono principesse né mandanti.
Così come mancano altri due elementi cardine secondo Propp: la Lotta e l’Acquisizione dell’oggetto magico.
L’eroe acquisisce l’oggetto magico che può essere prestato, comprato, apparire
spontaneamente, ingerito, oppure apparire sotto forma di personaggi che si
mettono a disposizione dell’eroe.
Qui è assente la bacchetta magica, o meglio il corpo è l’oggetto magico.
Il titolo e la copertina dicono già tutto: bambini veri che si
stagliano tra bambini disegnati nel cuore della natura.
In realtà a tratti sembrano favole più per gli adulti che per i
bambini, ma io sono certo che ai bambini piacciano.
Il lessico è ricercato e mai
banale, dunque molto utile dal punto di vista pedagogico e per l’arricchimento
della lingua italiana. E’ una lingua ricca, mai finta, mai burocratica. Il
contrario dell’antilingua calviniana. Con una sintassi molto equilibrata, che
non supera quasi mai il secondo grado di subordinazione, tendenzialmente
paratattica ma non monotona, e su cui si appoggia un lessico puntuale.
Splendidi i disegni di Giusy Tomaselli che ho avuto modo di esaltare
anche nella precedente raccolta.
Hanno il merito di essere semplici ma non banali, come le favole della
Merenda, incisivi e icastici ma non didascalici e soprattutto onore al merito
dello stampatore che ne ha mantenuto la grana della matita a pastello.
Relatore: Prof. Fabio Rossi
Professore Associato di Linguistica Italiana dell’Università di Messina.
Professore Associato di Linguistica Italiana dell’Università di Messina.
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